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Mantova Cronaca #affido, la storia di Anna: 16 anni in una comunità per minori lontano dalla mamma

#affido, la storia di Anna: 16 anni in una comunità per minori lontano dalla mamma

Lascia un commento | Tempo di lettura 732 secondi Mantova - 06 Nov 2019 - 12:27
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16 anni in una comunità per minori allontanata dalla madre e dalla sua casa. Tanti sono stati gli anni trascorsi da Anna, nome di fantasia, nata in un comune virgiliano e a due anni allontanata dalla mamma e fatta diventare grande in strutture dislocate tra Mantova, Milano, Verona e Parma.

Come si finisce in una comunità per minori. Quando Anna ha poco più di due anni viene tolta ai genitori. Insieme a lei anche i suoi tre fratelli: uno più grande e due più piccoli. L’ultimo, di pochi mesi viene giudicato adottabile e nel giro di poche settimane dato ad una famiglia. Il fratello di 7 anni viene separato e allontanato e solo Anna e il fratellino, più piccolo di un anno, rimangono insieme. Proviamo ad immaginare l'angoscia, il terrore e la paura di un bambino che da un giorno all'altro non trova più la madre o il padre, preso e portato in un luogo che non conosce, fra persone sconosciute. Un provedimento adottato dopo che i genitori della piccola che erano in crisi con problemi economici si erano rivelati incapaci a prendersi cura dei loro 4 bambini. I litigi erano all’ordine del giorno, c'erano delle botte, poi ad un certo punto il padre era andato via lasciando la madre da sola con i 4 piccolini. Come spesso succede in questi casi, la donna si era rivolta ai Servizi Sociali del comune per farsi aiutare: il team aveva quindi deciso l’allontanamento dei bambini per consentire alla madre di poter continuare a lavorare. Pare davvero incredibile che qualcuno possa aver pensato che, per il bene dei piccoli, la cosa più giusta da fare fosse quella di allontanarli dalla loro mamma. Facendo una valutazione economica si constata che per sistemare quei bambini l'Ente o gli enti coinvolti, avrebbero speso ogni giorno circa 200 euro (un minore costa alla collettività una cifra media intorno ai 70 euro) per 16 anni ovvero oltre 1.150.000 euro. Soldi che sono stati messi a bilancio da società terze, private, esentasse. Siamo certi che sarebbe stato meno doloroso per i quattro fratellini un altro tipo di aiuto, magari un affiancamento che consentisse ai piccoli (i primi soggetti da tutelare e proteggere) di trascorrere tutta la loro infanzia all’interno della rete familiare.

Recentemente un articolo della Gazzetta di Mantova riportava i dati aggiornati al 2019: sarebbero 62 i minori che risultano destinatari di un procedimento di affido. I meccanismi che fanno scattare gli allontanamenti sono ricorrenti e regolati da protocolli, alcuni dei quali resi noti grazie al caso Bibbiano, utilizzati come guida da moltissimi Consorzi che si occupano di Tutela Minori, messi in pratica da assistenti sociali, psicologi, giudici minorili, avvocati, operatori, impiegati pubblici "formati" dagli stessi esperti che hanno stilato le linee guida. Norme, prassi e metodologie duramente contestate da diversi Ordini professionali operanti nel settore della tutela dei minori che le hanno valutate prive di basi scientifiche e in violazione della ‘Carta di Noto’ e che si distinguono per la facilità con cui vengono autorizzati gli affidi. La nostra provincia, al pari di molte altre italiane, non sarebbe esente da una certa disinvoltura nel decidere sull'allontanamento di bambini in strutture protette come ha fatto notare l'avvocato Camilla Signorini nel convegno "Sulla pelle dei Bambini" per parlare del "sistema affidi" organizzato a Mantova il 26 ottobre scorso dove era presente anche il giornalista Francesco Borgonovo de La Verità.

L'allontanamento di minori dalla propria famiglia e loro accoglienza in strutture esterne e/o familiari (https://www.camera.it/temiap/2015/05/06/OCD177-1252.pdf) dovrebbe partire dal diritto del minore di crescere ed essere educato nella propria famiglia, diritto che non dovrebbe passare in secondo piano nemmeno se «la famiglia si trova in una condizione di povertà”. Gli articoli del codice civile che disciplinano gli interventi prevedono tra le ipotesi più gravi di allontanamento del minore la decadenza della responsabilità genitoriale e quella, meno grave e più frequente, di condotta pregiudizievole ai figli. Un figlio quindi può essere tolto alla famiglia “solo quando c’è una situazione di degrado che può sfociare nella violenza fisica o psichica, nella malnutrizione o quando il bambino rischia di rimanere vittima di un reato o di essere costretto a vivere con genitori tossicodipendenti, alcolisti o coinvolti direttamente o indirettamente nel mondo della prostituzione. Solo a questo punto il minore «temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti, è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno». Se non fosse possibile affidarlo a una famiglia, il minore dovrebbe essere accolto in una comunità familiare o in un istituto pubblico o privato, possibilmente vicino al suo nucleo familiare.

Urge Riforma degli Affidi  Racconta Anna: “Quando ero in comunità incontravo la mamma una volta la settimana; i nostri incontri non erano spontanei perché gli operatori presenti ci impedivano di essere libere, quelle persone interferivano nelle nostre chiacchiere, intervenivano quando la mamma mi diceva che mi avrebbe riportato a casa. Quando lei andava via mi facevano capire che non saremmo mai tornati a casa. Tutti messaggi intenzionalmente violenti che ritrovano anche nelle loro parole, nei loro gesti, nelle loro regole, nelle sberle che ho preso e nelle loro urla. Quello è un posto dove nessuno vuole stare, dove sei obbligato a vivere con sconosciuti ed estranei” spiega Anna.

Una comunità per minori non è la tua famiglia e le dinamiche sono gerarchiche: chi gestisce, comanda e detta le regole da rispettare. Non c’è spazio per gli abbracci, per le parole dolci. Non c'è la mamma che ti parla, che ti sveglia la mattina, che ti viene a prendere a scuola. “Tu devi fare come dico io” è la frase che più spesso ricorre fra chi tiene il gruppo nella comunità e i ragazzi. “Nessuno degli ospiti ha la possibilità di uscire, avere legami all’esterno con i compagni di scuola, nessuno può fare una passeggiata, praticare uno sport. Si vive come reclusi, separati dalla famiglia d’origine. Siamo invisibili, ci rendono invisibili. Quando un bambino viene inserito in una struttura la prima cosa che fanno gli operatori è troncare i legami con la sua famiglia biologica che fino al giorno prima era presente nella vita di quel bambino. Chi entra in comunità viene portato a pensare che la mamma non lo vuole più, che il papà si è dimenticato. Il loro lavoro è spesso quello di far credere al piccolo che nessuno lo pensa, per spezzare il legame che lo lega ai suoi genitori fino a persuaderlo di essere stato abbandonato prosegue a raccontare Anna. Molto difficile anche avere o coltivare legami con l’esterno: quando il bambino viene inserito a scuola viene portato e prelevato come un recluso per riportarlo in comunità, dove deve rimanere fino all’ora di andare a letto. Anche gli adulti, i genitori, non vengono trattati meglio: per loro rimane molto spesso sconosciuta la destinazione della struttura dove sono stati rinchiusi i figli, e i rapporti con loro vengono spesso ostacolati con scuse, intoppi inesistenti.

Perché queste regole ferree? Con la scusa che alcuni, pochissimi, minori hanno la necessità di essere protetti da genitori magari violenti (percentuali da zerovirgola) le Comunità adottano misure di tutela estreme limitando drasticamente la libertà di tutti. E il ragazzino “affidato” che va a scuola e socializza, come naturalmente avviene, si trova impossibilitato a mantenere legami con il mondo fuori. Si può parlare di violazioni della libertà di un essere umano? L'effetto è che col tempo questi ragazzi crescono con l’idea di non poter legare con le altre persone, diventano a-sociali, sviluppando nevrosi, depressione, e squilibri mentali. E quando sono a scuola portano sulla pelle un'indelebile marchio e percepiti come piccoli criminali. Arrivano alla maggiore età senza sapere cosa succede nella vita reale, senza conoscenze e amicizie, senza relazioni con il mondo che sta oltre il cancello e le sbarre della finestra della camera da letto della struttura protetta. Ed è anche per questo motivo che chi gestisce una comunità, sfruttando al massimo un sistema che ti permette di lucrare sulla pelle dei bambini, poco prima dei 18 anni propone l’adesione al cosiddetto “procedimento amministrativo”. Si tratta di un prolungamento di due/tre anni, sempre all’interno della cooperativa, dove il ragazzo viene assistito e seguito per trovarsi per esempio una casa, un lavoro, o decide di rimanere lì semplicemente perché non sa dove andare. E tutto, ovviamente, sempre a spese della collettività.

All'interno di un comunità ci sono tanti problemi. A rendere dura la vita in una struttura protetta è certamente l'inadeguatezza di molti operatori: per fare quel lavoro ci vuole cuore e fegato tanta esperienza e molta empatia. Non basta lo studio ed è necessario saper gestire le conflittualità e l'aggressività di giovanissimi che considerano l'operatore un perfetto estraneo e senza autorità senza perdere le staffe; è una guerra: da una parte i ragazzi dall’altra gli educatori.

Quando ho sentito di Bibbiano la mia reazione è stata di non voler sapere, un mio fratello è stato nella residenza dell'alto mantovano al centro del servizio delle Iene: sono cose che non si dimenticano” racconta Anna.

Se Anna oggi è fuori là dentro ci sono ancora bambini che potrebbero tornare a casa ma il "sistema" lo impedisce. “Ho negli occhi la sofferenza di una bambina di Porto Mantovano di 10 anni che due anni fa è stata allontanata dalla sua famiglia e messa in comunità. Lo hanno deciso dopo la morte di sua madre, colpita da un tumore a 37 anni. Invece di sostenere l’intera rete familiare composta dal padre, gli zii, la nonna è stata inserita in una struttura, racconta.

L’elemento tragico che infatti emerge da un'indagine conoscitiva sui minori «fuori famiglia» valutata dalla Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza rivela che dei minori allontanati solo poco meno di un terzo (31,1%) rientra nella famiglia di origine; il 24,1% viene semplicemente ‘spostato’ in una nuova residenza; il 17,2% si allontana spontaneamente o fugge dal centro in cui è ospitato e solo il 10,2% viene dato in affidamento familiare (3,1% intra-familiare, 4,1% etero-familiare) o viene adottato (3%). Secondo l’indagine l'80% degli allontanamenti non sarebbero necessari e nemmeno consentiti dalle stesse norme che regolano l'istituto del affido. (https://www.camera.it/leg17/824?tipo=A&anno=2018&mese=01&giorno=17&view&commissione=36&fbclid=IwAR3JKCX5ZrwSuoi4mVvSuhrBo2ltFk0xc8fISzeoSbNxjH2EmxNLDq5rEME#data.20180117.com36.allegati.all00010)

E quando i bambini diventati adulti vengono espulsi al compimento del 18 esimo anno come e cosa fanno se non hanno la loro famiglia pronta ad accoglierli, senza soldi, senza niente?

Come il buon padre di famiglia accantona una cifra per i bisogni del figlio ritengo doveroso che una quota versata alla comunità venga destinata ai bisogni del ragazzo, fa notare Anna. Perché nessuno vede che chi gestisce strutture ha patrimoni importanti? Di questo amministratori e politici dovrebbero interessarsi ordinando verifiche, incrociando dati, controllando i bilanci di chi percepisce i fondi. Facciamo un esempio. Ad un ragazzo servono le scarpe: se ha un genitore che periodicamente può andare a trovarlo come nel mio caso, spiega Anna, ci deve pensare il parente a fare l’acquisto; se invece il genitore non c'è, il ragazzo si dovrà accontentare delle scarpe della Caritas". Ma i soldi per il mantenimento del fanciullo, allora, a cosa servono?

Dopo Bibbiano. “La mia infanzia e quella dei miei fratelli è andata persa e nessuno me la potrà restituire. Non è stata colpa mia, tra noi fratelli non potremo mai dire: “ti ricordi quando…” sono cose che mancano e faccio fatica a dimenticare chi non ha fatto in modo che almeno noi quattro rimanessimo insieme” chiude Anna. “Un consiglio che voglio dare a quelli che si trovano in difficoltà è quello di non chiedere aiuto a nessuno ma trovare il modo di pagarsi bollette, casa, rette, affitto da soli o al massimo alla propria famiglia”.

Non si può negare che molti genitori “attenzionati” dai servizi sociali siano effettivamente immaturi ma per tutelare i piccoli ed evitare che altri bambini cadano nella rete degli affidi e degli allontanamenti serve cambiare approccio al problema. Meno interventi e più affiancamenti e modelli educativi che consentano a genitori fragili di imparare a fare meglio il papà e la mamma senza essere puniti togliendo loro i figli. 

Antonietta Gianola


 

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