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LinuxDay2021: torna la giornata dedicata al software libero. Focus su privacy e riservatezza dati

Lascia un commento | Tempo di lettura 428 secondi Mantova - 22 Oct 2021 - 05:32

Tutti quanti abbiamo avuto esperienze dirette o indirette con un computer. Molto probabilmente ognuno di noi possiede e utilizza uno smartphone, che non è altro che un piccolo computer.

Ogni computer è costituito da un insieme di componenti elettronici che costituiscono il cosiddetto hardware. L’hardware non serve a nulla se non ha istruzioni o meglio programmi da eseguire (App); l’insieme di programmi che vengono utilizzati dal computer costituiscono il software.

Su un computer appena acquistato si trova un corredo minimo di programmi indispensabili per il suo funzionamento, che costituiscono il Sistema Operativo. Oltre a questi poi ci si devono procurare i programmi per svolgere le attività di nostro interesse: scrivere, gestire, comunicare, calcolare, disegnare, ecc…

Nella maggior parte dei casi sia i sistemi operativi che i programmi applicativi sono forniti da aziende produttrici di software che spesso sono multinazionali, ad esempio Windows, Word o Excel sono di Microsoft, oppure OSx e IOS è di Apple, Photoshop è di Adobe, e altro ancora.

Queste aziende producono software e ne sono proprietarie, ne rilasciano la licenza d’uso a fronte di un corrispettivo economico. La licenza d’uso vieta di installare il programma su più computer, e di duplicarlo per darlo ad altri, inoltre impone delle limitazioni sull’uso.

Lino Giacomoli ci parla del Linux Day https://soundcloud.com/user-13508386/linux-day

Il software libero nasce dai concetti espressi da Richard Stallman nel 1985, coi quali ne definisce le “libertà”:

0 - Libertà di usare il programma senza impedimenti;

1 - Libertà di aiutare sé stesso studiando il codice disponibile e modificandolo in base alle proprie esigenze;

2 - Libertà di aiutare il tuo vicino, cioè la possibilità di distribuire copie del software;

3 - Libertà di pubblicare una versione modificata del software;

Su questi concetti (filosofici) è nata una quantità imponente di programmi. Gli sviluppatori di questi software rendono disponibile il codice sorgente, cioè le istruzioni che hanno scritto per far eseguire al computer le operazioni desiderate. Questo per aderire alla libertà 1 e dare la possibilità a chiunque di studiare, modificare, integrare o correggere il software stesso.

 

Quali sono le conseguenze di questa scelta?

Innanzitutto rendendo disponibile a chiunque non solo i programmi, ma anche i ragionamenti (gli algoritmi) da cui derivano, si da la possibilità a molti di imparare l’arte della programmazione attingendo alle conoscenze di altri. In altri termini si permette la condivisione della conoscenza.

La possibilità di accedere al codice sorgente permette anche un controllo collettivo dei programmi, e questo determina il miglioramento della qualità del software visto che chiunque ne abbia le competenze può eseguire correzioni e integrazioni al programma (libertà 1 e 3). L’aumento della qualità produce automaticamente l‘aumento della sicurezza perché una qualsiasi falla, errore o attività anomala o illegale che vi si nascondano possono essere scoperte e risolte in tempi brevi. Questo non può essere possibile per quanto riguarda il software proprietario non essendo possibile accedere al suo codice sorgente.

Dal punto di vista economico il software libero propone un modello di business che da più valore alla competenza delle persone piuttosto che al prodotto. Infatti il software libero lo si può ottenere liberamente scaricandolo dalla rete, mentre si paga la competenza di chi lo produce, personalizza, installa o modifica adattandolo alle esigenze dell’utente finale. Questo significa anche che si genera attività economica (e introito fiscale) nel territorio dove viene eseguito il lavoro. Si elimina il flusso di danaro verso i paesi dove hanno sede le aziende produttrici del software, ma, soprattutto, si ridimensiona la pratica diffusa di molte multinazionali che fissano la loro sede legale in paesi in cui è più basso il carico fiscale, per cui ottengono profitto in ogni nazione ma versano le tasse nel paese ...più economico (solo di pochi giorni fa la OCSE ha cercato di porre un vincolo a questo con la tassa minima globale del 15% sulle multinazionali).

Ci si può chiedere come mai non si senta parlare di questi software e non siano pubblicizzati. La spiegazione è che sono prodotti che non generano guadagno dalla sola commercializzazione dato che normalmente si possono ottenere liberamente scaricandoli dalla rete.

Per farli conoscere si sono attivate associazioni di volontari che hanno fatto propri i fondamenti etici su cui si basano per divulgarne la conoscenza a cittadini, Pubbliche Amministrazioni, scuole , ecc… Sono sorte e stanno sorgendo sempre più aziende che avendo verificato la loro maturità li propongono ai propri clienti come strumenti per ottenere valide soluzioni, aggiungendo i propri servizi e la propria competenza.

Software liberi come Firefox e LibreOffice, sono conosciuti e già molto utilizzati, i sistemi operativi basati su Linux muovono la quasi totalità delle apparecchiature che fanno funzionare Internet (97%), sono il cuore dei 500 super-computer più potenti del mondo, gestiscono l’informatica della Stazione Spaziale Internazionale, ecc... Le realtà che utilizzano Linux e il software libero sono Nasa, Cern, Google, Facebook, alcuni servizi di Microsoft, diverse Università e Pubbliche Amministrazioni.

Per non parlare delle apparecchiature che usiamo quotidianamente: la nostra IPCam, il nostro media center, ma anche lo smart TV e il decoder con molta probabilità sono basati su Linux.

 

Una critica che spesso viene fatta al software libero è che non sia di uso facile e immediato. Può darsi, si consideri che le aziende e le comunità che sviluppano questi software si rivolgono a utilizzatori che hanno un atteggiamento proattivo nei confronti dell’informatica, e non la subiscono come succede spesso per chi usa software proprietario. Sono disponibili varie versioni di Linux (sono chiamate distribuzioni) che non hanno nulla da invidiare ai sistemi operativi più diffusi, e migliaia di software appicativi che hanno raggiunto la maturità sia funzionale sia come usabilità da parte dell’utente.

Un invito va fatto alla Scuola che, in quanto soggetto che propone cultura e conoscenza, dovrebbe far conoscere anche il software libero in modo da mettere gli studenti nella condizione di poter scegliere tra le diverse soluzioni che vengono loro proposte. Infatti il rischio che si delinea se si propone solo software proprietario è quello di generare “dipendenza informatica” (look in).

Un secondo invito va fatto alla Pubblica Amministrazione che, anche in presenza dell’art.68 del Codice della Amministrazione Digitale (https://docs.italia.it/italia/piano-triennale-ict/codice-amministrazione-digitale-docs/it/v2018-09-28/index.html), continua in gran parte ad utilizzare, e a volte a imporre*, l’uso di software proprietari rinunciando al controllo sul loro funzionamento, alla proprietà delle procedure informatiche per la gestione della Cosa Pubblica, alla gestione della trasparenza sulla gestione dei dati pubblici e privati, e a pagare ciffre notevoli in licenze d’uso.

* All’inizio del Lock Down sul sito del MIUR, per la didattica a distanza (DAD), vennero consigliate le Piattaforme di Microsoft e di Google (2 aziende private americane), non fu neppure menzionato il GARR Consortium, agenzia finanziata dallo stesso MIUR e da altri ministeri, che da decenni serve la connettività e la formazione a distanza delle università e dei Centri di Ricerca italiani, fornendo piattaforme libere per DAD e videoconferenza.

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