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Mantova Cultura e arte Mam. Numeri (pensieri) & Parole opere di Manuela Bedeschi e Tiziano Bellomia

Mam. Numeri (pensieri) & Parole opere di Manuela Bedeschi e Tiziano Bellomia

Lascia un commento | Tempo di lettura 859 secondi Mantova - 14 Jan 2020 - 10:12

Il Mam (Museo d’Arte Moderna dell’Alto Mantovano) questa volta, facendo riscoprire tutto il fascino della sua sede, di Villa Ippoliti, regala al pubblico non solo la cinquecentesca dimora patrizia «ritrovata», ma anche un appuntamento straordinario con le opere di Manuela Bedeschi e Tiziano Bellomi.
 «Numeri (Pensieri) & Parole». Questo il titolo della mostra, una mostra tutta particolare perché richiede un’attività immaginativa supplementare: le opere trasformano il contesto in un percorso di sorprese ad occhi aperti, proponendo interrogativi, stimolando la fantasia e la curiosità. È affidata, dunque, alla dimensione tardo cinquecentesca di Villa Ippoliti, capace di esaltare, incantare e trasformare ogni cosa, il compito di accogliere con la leggerezza e la gentilezza seducente di una cortigiana raffinata e arguta il visitatore, di guidarlo ad indagare il linguaggio (esplicito e implicito) dei miraggi estetici e della loro materializzazione in ambito contemporaneo. È infatti a partire dal giardino che due opere, in un convergente perfetto parallelismo, anticipano e recitano la poetica del progetto.

Ouverture: una ruvida panchina di cemento armato e un sasso dichiarano numeri, parole e considerazioni. La panchina di cui parliamo non è simile alle altre. La scritta «Pensa», appostavi da Manuela Bedeschi, è come se addentasse le natiche di chi vi si siede, stimolandone la creatività e l’elucubrazione mentale. Qui il viandante non troverà la consolazione di un riposo, né avvertirà la perdita di una rappresentazione che sia prospettica o spaziale. Avvertirà invece freschezza e ironia straniante, ricche eredità di concettualismi sessantottini: già qui, nel giardino, compaiono i risultati di decenni di esplorazioni in anfratti espressivi per tanto tempo scandagliati, fecondi e sotterranei. Sopra la panca la capra canta, sotto la panca la capra crepa: sopra la panca la scritta «Pensa» più che cantilenare impone pesantemente il senso di un’opera gravida di potere estetico. La staticità dell’oggetto d’uso (comunque accuratamente progettato dall’autrice) insegue una processualità post concettuale. E dopo la curiosità creata dall’oggetto arriva la forza evocatrice della parola. 

Le parole: quando l’Eterno volle creare il mondo, guardò la Torah, parola per parola, e in corrispondenza di essa compì l’arte della creazione del mondo. Per questo si dice che «in principio era la parola». Perché la parola, di per sé, crea ed è precetto ed è ancora di salvezza.  Sulle logge dell’antica dimora svettano, in un muto dialogo, le parole scritte al neon da Manuela Bedeschi: «guarda», «ascolta». Imperativi e mòniti: consigli per un’etica del rispetto del pianeta. Imperativi di un’arte che chiede ai materiali estranei alla tradizione, ai materiali «poveri», di tramutarsi in fonte di meraviglia e di ispirato stupore, grazie anche a un lessico emozionale per molti addirittura inedito.


Poco più in là una «Pietra numeraria» di Tiziano Bellomi, una semplice pietra, un sasso delle vicine cave veronesi, offre uno spiazzante concetto di scultura. Sopra la pietra l’artista ha inciso, ha scolpito, con impegno michelangiolesco, un numero in caratteri arabi: «130». L'iscrizione scultorea a bassorilievo occupa uno spazio esiguo se rapportato alla dimensione della massa rocciosa. Siamo davanti a una microcatalogazione, lo strumento con cui l’artista ha realizzato una speciale pietra miliare ante litteram: è l’enunciazione del progetto per cui l’intera Villa Ippoliti viene definita come opera d’arte. La pietra numerata è la traccia ideale di una azione concettuale semplice e ponderata, che rimanda a tutti i precedenti tentativi dell’autore di scoprire, ridisegnare il mondo e di appropriarsene. L’artista dunque sceglie questo modo per riflettere e porgere al pubblico i suoi interrogativi: cos’è l'arte? come si trasmuta un oggetto quotidiano e comune, come un sasso, in opera a contenuto estetico? Chi decide se una cosa è arte?

«La mia numerazione – afferma Tiziano - implica un processo cronologico, un prima un dopo, un precedente e un conseguente, una inevitabile operazione di datazione e di catalogazione».
In questo specifico manufatto, «Numerazione 130», si dichiara, racchiuso in un numero, il mistero dell’opera. Dunque, i numeri che abitavano le tavole dei futuristi di oltre un secolo fa (Marinetti, Boccioni, Cangiullo, Balla…) si sono evoluti.  A cominciare dalla Concept Art hanno cominciato ad albergare nelle più varie operazioni artistiche: sono diventati veri e propri sciami numerici. I maggiori campioni dell’Arte Povera, da Mario Merz ad Alighiero Boetti, da Pier Paolo Calzolari a Jannis Kounellis, hanno lavorato con i numeri, appunto, e con i concetti... E i numeri di Bellomi, così come la parola al neon, come la scritta sulla panchina della Bedeschi, offrono significato e senso. Serialità e verbalità concorrono, con ritrovata immediatezza, a duettare.

Ma ora, con Tiziano, viene ad emergere il tema della memoria, dell’assegnazione della categoria estetica, della dichiarazione che può trasformare persino le pietre delle tre cime di Lavaredo in arte tout court. Lo spazio e la misurazione rimandano all’identità dell’artista e alla sua capacità di rigenerare ogni cosa attribuendole un valore alternativo alla consuetudine.  Così, pochi passi più in là, varcato l’andito che attraversa Villa Ippoliti, risalite le scale articolate in due rampe parallele, serrate fra muri, giunti al cospetto delle due possenti figure di Ercole in armatura, di cui il primo, da una parte, addomestica Cerbero, e il secondo, dall’altra, schiaccia l’Idra di Lerna, siamo al cospetto del miracolo dell’arte, che dialoga poeticamente e trasforma, con la sua oscurità o con la sua luce, l’antica architettura in altro da sé.

Installazioni e opere ci portano perciò ad osservare diversamente gli spazi e a guardare dentro, o a guardare oltre, o a guardare al di là dei pensieri e dei progetti. Perché in questa residenza signorile, nella simmetrica sintesi delle sue logge, nella misura ideale che armonizza con l'ambiente circostante, si distende una sequenza di opere che permette di accedere al mondo degli autori.
Altre pietre, altri numeri rimandano agli innumerevoli interventi di Bellomi, al loro giocare con gli stereotipi della bellezza: è l’opera della de-estetizzazione (ovvero: rigetto della tradizione) e della essenzializzazione formale. Emergono nel percorso le tracce di un interessante e costante lavoro sul proprio e l’altrui vissuto esperienziale, con una scelta di narrazione che parla dell’universo - autentico e forse mai soddisfatto - di chi ha creduto in prima persona a certi ideali: gli ideali di un’arte che voleva cambiare mondo e società, la chimera di linguaggi artistici in cui i concetti e le idee diventavano più importanti del risultato estetico e percettivo dell’opera stessa. Sulle pareti i «Meridiani» di Bellomi, opere recentissime, rammentano, dietro le bande verticali della pittura, un esplicito e inevitabile riferimento a criteri, procedure e processi.

È il nucleo dell’operazione che offre significato al significante: la bellezza non va cercata solo nelle campiture verticali o in una seduzione che lievita dal colore. Sono certamente opere su tela quelle che osserviamo ma esse si collegano e hanno la loro matrice nelle «Linee di confine», installazioni posizionate in vari luoghi d’Italia. La pittura, infatti, nelle sue componenti di omaggio (a cominciare da Mark Rothko), di ironia, di dissacrazione e di sabotaggio linguistico, porge concetti geografici e lo fa con uno strumento efficace e ad alta temperatura evocativa. Non sono forse espressioni numeriche le coordinate dei meridiani? Allo spettatore appare, è vero, di primo acchito, la possibilità di una rassicurante contemplazione intima e raccolta. Ma non è il viaggio nel mondo del colore ciò che l’autore propone. L’accostamento tra i nomi di città e altri «Meridiani» porta oltre l’iniziale passaggio ipnotico all’interno della pittura. Tiziano Bellomi dichiara così, palesemente, che la concezione dell'opera ha senso non tanto nell’oggetto singolo e isolato ma nel legame che, attraverso i suoi riferimenti, conduce alla progressione seriale, quella che origina dai lavori anteriori dell’autore.  Serialità, numeri, pensieri e parole appaiono dunque ancora in armonia, mentre le componenti autoriflessive e riduzioniste portano alla svalutazione degli aspetti tecnico formali e di superficie. Ci si muove ora alla ricerca di nuove dimensioni. L’artista ci parla dei suoi progetti, della sua ricerca di altri modelli per ipotetici e concreti interventi futuri. Ci conduce nello spazio, alquanto oscuro, in cui si conferisce valore autoriale all’artista, al pubblico e, ovviamente, (meglio dirlo in modo sommesso) anche al curatore. Dove è situata la linea di confine tra le opere dei due artisti?
Come nella rêverie di Bachelard, la coscienza indugia prima di sprofondare nel sogno (il rêve, l’inconscio) mentre Villa Ippoliti si apre a custodire tempo, opere, memoria e immaginazione. 

Le luci di Manuela Bedeschi pulsano anche all’interno, quasi a creare l’aurora di un mondo primordiale. «Più rosso» e «Più arancio», due opere del 2011, mostrano, parallelamente all’installazione, lo scintillio vibratile dei riflessi dei neon che si distendono sulle pareti e che dematerializzano le due tele, con effetti di rarefazione e di evanescenza. Si rivela così, nella concretezza dello spazio museale, il tema della dimora e della luce: l’allestimento accoglie il visitatore come vero e proprio ospite di una casa, perché casa e luce sono due elementi chiave per una corretta lettura degli orizzonti poetici recenti (e anche meno recenti) di Manuela Bedeschi. Le parole di luce, che prima inducevano meditazioni, esprimevano un universo privato, allontanavano l’arroganza dell’uomo e le prevaricazioni, ora scompaginano, innanzitutto, lo spazio di due tele che, diversamente, sarebbero apparse monocrome. Il neon, in questo caso, diventa un elemento generativo, che cela, rivela e svela, che rimanda all’elemento primario della luce che era ed è cosa buona e che ci separa dalle tenebre. Manuela Bedeschi lavora sullo spazio, lo trasforma, vi interviene con la sua energia creativa sempre più forte, più efficace, più vissuta, più sentita, più concettuale. Forma e contenuto, essenzialità e minimalismo. Luce e oscurità concorrono a creare la magia del colore, la cui natura, delicata e tenue, assume la bellezza di rossi topazi, di preziosi rubini. Emergono estensioni di forma-colore al limite tra superficie e oggetto, tra astrazione ed evocazione, tra geometria e labilità, perfette per intessere un rinnovato dialogo con l’ambiente storico. Il colore intriso di materia e di riverbero, in armonica interrelazione con lo spazio circostante riesce a creare un inedito e variegato labirinto di ombre dipinte, dove il reale assume nuovi aspetti visivi e narrativi.
Gli orientamenti dell’opera dell’artista sono dunque espressione dei riferimenti concettuali legati alla pittura analitica e a quella minimalista, riferimenti che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento lungo lo snodo centrale, per tradizione, dell’artistico e dell’emozione residuale del dipingere. È in questo modo che l’opera di Manuela Bedeschi diventa strumento rivelatore di una nuova fisionomia dell’ambiente e delle opere con cui si relaziona.

Poco più in là, i «City names» di Tiziano Bellomi, una installazione di piccole opere, nate sulla base del protagonismo dei luoghi abitati sui media e sulle news, portano oltre il numero sequenziale che, a partire dall’intervento sul muro Berlino, ha messo a punto un teorema di riferimenti con le coordinate di spazi, luoghi e città, fisicamente individuabili secondo ovvie coordinate. Il serialismo di Bellomi si presenta qui in forme diverse e porta oltre la catalogazione estetica e la registrazione documentaria. È la dimensione inattesa, quasi onirica, a rendere lo spazio della tela il luogo d’incontro di un linguaggio possibile, che registra le incursioni del mondo nella durata della propria esistenza. Queste immagini di Bellomi costringono lo spettatore ad uno sguardo inquieto, a mettere in discussione certi fondamenti della logica. Una operazione di registrazione allusiva e all-pervading si cala nella concretezza di rapporti cromatici, dove una parola evoca un luogo. Un’inedita coniugazione di arte e di fascino porta oltre il rigore francescano delle «pietre numerarie». Ne emerge un flusso di suggestioni, di ricerca, di impegno culturale, di vita: un flusso che si autoalimenta del tempo di una rêverie; è la misurazione del pensiero e della memoria che si solidifica in oggetti e opere. Alighiero Boetti docet!


Le scatole luminose della Bedeschi, quasi accanto, hanno una distinta sostanza eversiva: deflagrano nello spazio museale grazie a una messa in scena misurata e rigorosa. La loro tridimensionalità, la loro dimensione ridotta e la loro distribuzione nello spazio della parete creano forze di volta in volta centripete e centrifughe, che nella loro instabilità delineano il destino stesso delle forme, la loro vitalità, la loro imprevedibilità.


Ma ora è il caso di mettere un punto al discorso: arriva un momento in cui l’entusiasmo crescente delle parole, dettate dalla partecipazione convinta in un progetto, deve cessare. Ogni viaggio ha un punto di partenza e deve avere un termine: il nostro punto d’arrivo, e il nostro obiettivo, era quello di sbirciare nel significato recondito di due esperienze esemplari della ricerca artistica contemporanea. Le considerazioni sui due artisti che si sono ritenuti degni protagonisti di questa scena museale e le motivazioni comprovate della loro esperienza sono sparse lungo il percorso della rassegna e dell’intero testo che precede, inevitabilmente, la parola «fine». Siamo dunque al termine del viaggio: vediamo, all’orizzonte, la costa dei segni, degli oggetti del quotidiano, prelevati e risignificati (il plexiglass, i neon, le scritte, le pietre, le coordinate geografiche,…). Il nostro cabotaggio si è svolto lungo le rotte dell’arte, tra sapienza tecnica e concettualità, verso una meta dove le parole più non servono, dove molto o tutto diventa pensiero, materia e idea, dove l’arte misteriosamente introduce all’imprevedibilità della vita e dell’esistenza. Nel percorso tracciato lungo la dimensione del museo, tra creatività e poesia, le opere, come si è detto, dialogano con gli spazi architettonici e lasciano emergere riti e simboli e contenuti solo apparentemente effimeri, generatori di emozioni e di creatività autentica.

A Manuela Bedeschi e a Tiziano Bellomi va una sincera riconoscenza per la gioia che la loro arte ha saputo e saprà esprimere, per aver condiviso un’ispirazione che appartiene soltanto a loro e a una specifica condizione esistenziale, coerentemente con quanto sostiene, per la poesia, la convinzione di Montale che «l’angosciante questione/se sia a freddo o a caldo l’ispirazione/non appartiene alla scienza termica». Forse è per questo che le opere di entrambi gli artisti, così dense di personalissime intuizioni, mi sembrano accompagnare lo spettatore verso il montaliano «barlume che vacilla», la speranza di intravvedere, anche solo per un attimo, il dono della felicità di un punto d’arrivo

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