Amministratori riuniti attorno a un tavolo mentre esaminano uno statuto e indicatori di impatto sociale e ambientale.

Un progetto sostenibile può essere approvato oggi e ridimensionato domani, magari dopo un cambio di amministratori o di priorità. Inserire una finalità di beneficio comune nello statuto produce un effetto diverso: quell’obiettivo entra nella struttura della società e diventa rilevante per la sua gestione. La ragione principale per diventare una società benefit è proprio questa: rendere stabile, riconoscibile e verificabile un impegno che altrimenti potrebbe restare affidato alla sola comunicazione aziendale.

Che cosa cambia nello statuto

La società benefit non è un nuovo tipo societario. È una qualifica che si innesta sulle forme societarie già previste dal Codice civile. Una società esistente può adottarla modificando l’atto costitutivo o lo statuto, nel quale vengono inserite una o più finalità di beneficio comune e l’impegno a operare in modo responsabile, sostenibile e trasparente verso i portatori di interesse.

La base normativa italiana è la legge 28 dicembre 2015, n. 208, articolo 1, commi 376-384. La disciplina consente a una società for profit di affiancare alla distribuzione degli utili il perseguimento di finalità di beneficio comune. Profitto e impatto, quindi, non sono presentati come alternative: devono convivere nell’identità e nelle decisioni dell’impresa.

Questa differenza spiega perché la modifica statutaria abbia più peso di una politica aziendale o di un progetto temporaneo. La società dichiara formalmente che il risultato economico non è l’unico interesse da considerare. La scelta non garantisce che gli obiettivi saranno raggiunti, ma stabilisce il perimetro entro il quale la gestione dovrà muoversi.

Perché diventare una società benefit cambia il modo di decidere

L’effetto più importante riguarda gli amministratori. Nella gestione di una società benefit devono bilanciare gli interessi degli azionisti con quelli del pubblico e degli altri stakeholder, compresi i dipendenti. Non si tratta di rinunciare agli utili, ma di valutare le decisioni anche alla luce delle finalità inserite nello statuto.

Il beneficio comune smette così di essere un’attività collaterale. A seconda degli obiettivi scelti, può incidere sul modo in cui vengono valutati investimenti, processi interni, rapporti di lavoro o relazioni con altri interlocutori. Il punto non è che ogni decisione debba privilegiare automaticamente l’impatto rispetto alla redditività, ma che entrambi gli elementi entrino nel ragionamento gestionale.

Questa impostazione può aumentare la continuità dell’impegno. Un indirizzo affidato soltanto alla sensibilità di un amministratore rischia di cambiare insieme alla governance; una finalità statutaria rimane invece parte dell’identità della società anche quando cambiano soci o amministratori. Per abbandonarla non basta modificare il tono della comunicazione: occorre intervenire nuovamente sulla struttura societaria.

La scelta può inoltre rendere più chiari i criteri con cui affrontare decisioni nelle quali interessi economici, ambientali o sociali non coincidono perfettamente. Lo statuto non fornisce una risposta automatica a ogni conflitto, ma rende esplicito che tali interessi devono essere presi in considerazione. È questo passaggio, più della semplice adozione della denominazione, a distinguere una società benefit da un’impresa che promuove singole iniziative sostenibili.

Dagli obiettivi alla rendicontazione

Un impegno statutario acquista valore operativo quando viene tradotto in responsabilità, azioni e informazioni verificabili. Le indicazioni professionali sul modello descrivono come richiesti l’individuazione di un responsabile del perseguimento del beneficio comune e la redazione di una relazione annuale d’impatto.

La relazione serve a descrivere gli obiettivi perseguiti, le azioni realizzate e i risultati ottenuti. Viene predisposta sulla base di uno standard esterno e allegata al bilancio. In questo modo crea un collegamento tra la finalità generale indicata nello statuto e ciò che l’impresa ha effettivamente fatto durante l’anno.

Il meccanismo è importante anche all’interno dell’organizzazione. Per rendicontare un risultato occorre prima definire che cosa osservare, attribuire responsabilità e raccogliere informazioni. La forma benefit può quindi spingere la società a trasformare intenzioni ampie in obiettivi più comprensibili e gestibili. Se questo lavoro manca, la relazione rischia invece di diventare soltanto un documento descrittivo.

Vantaggi reputazionali, ma nessun automatismo

Assumere la qualifica di società benefit non comporta un vantaggio fiscale automatico. Le ragioni della scelta sono soprattutto organizzative e reputazionali: maggiore chiarezza degli obiettivi, trasparenza verso gli stakeholder e stabilità dell’impegno nel tempo.

Sul piano reputazionale, la qualifica può rendere più credibile il posizionamento dell’impresa perché collega le dichiarazioni pubbliche a uno statuto, a responsabilità organizzative e a una rendicontazione periodica. Non assicura però consenso, migliori risultati commerciali o un impatto positivo effettivo. Questi esiti dipendono dalla concretezza degli obiettivi e dalla coerenza tra decisioni, azioni e risultati comunicati.

La forma è dunque coerente quando la società intende davvero mantenere il beneficio comune accanto al profitto, accetta di farlo entrare nelle decisioni degli amministratori e dispone delle risorse necessarie per seguirne l’attuazione. Resta invece un’etichetta quando le finalità statutarie sono generiche, non orientano la gestione e la rendicontazione non permette di capire che cosa sia cambiato. Il valore della società benefit non risiede nella denominazione, ma nella continuità del legame tra impegno formale e comportamento dell’impresa.

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Di Cinzia Gozzoli

Sono una blogger, scrittrice e imprenditrice. Amo la musica, i film e viaggiare.