Di una comunità del passato possono rimanere utensili, resti di costruzioni, sepolture, fossili e tracce delle attività quotidiane, ma nessun documento scritto. Di un’altra possono conservarsi anche iscrizioni, registri o altri testi. La differenza tra storia e preistoria nasce anzitutto da questa diversa disponibilità di fonti: nel primo caso la ricostruzione dipende soprattutto dai dati materiali; nel secondo può utilizzare anche testimonianze scritte.
Non cambia il fatto che entrambe le comunità abbiano avuto vicende, cultura e forme di organizzazione. Cambia ciò che è possibile conoscere e il modo in cui lo si ricostruisce.
La differenza tra storia e preistoria nasce dalle fonti
La preistoria indica convenzionalmente il periodo del passato umano per il quale mancano testimonianze scritte sulle attività delle persone. Non è quindi un passato privo di fonti: archeologi e studiosi lavorano su oggetti, fossili, strutture, resti organici e trasformazioni dell’ambiente. Queste tracce permettono di formulare interpretazioni, ma possono essere frammentarie e assumere un significato diverso quando emergono nuovi reperti. È questo il nucleo della definizione enciclopedica di preistoria.
Quando sono disponibili documenti scritti, la ricerca può affrontare anche contenuti linguistici prodotti dalle società studiate: nomi, decisioni, scambi, norme o avvenimenti registrati. I testi non sostituiscono le fonti materiali, che continuano a essere importanti, ma ampliano il tipo di domande alle quali si può rispondere e consentono confronti tra ciò che venne scritto e ciò che emerge dai reperti.
La distinzione è dunque soprattutto metodologica. “Preistoria” descrive una condizione documentaria nella quale prevalgono le fonti materiali; “storia”, nel significato usato dalla periodizzazione tradizionale, indica una fase ricostruibile anche attraverso documenti scritti.
Perché non basta trovare un simbolo
Il confine convenzionale viene associato alla comparsa della scrittura, ma occorre chiarire che cosa si intende con questa parola. Non ogni immagine, incisione o sequenza di segni costituisce automaticamente un sistema di scrittura.
Il criterio è la capacità di registrare contenuti linguistici con sufficiente precisione. I sistemi che comunicano soltanto concetti limitati e che richiedono fortemente il contesto per essere interpretati vengono invece ricondotti alla proto-scrittura. La differenza è importante: se si considerasse scrittura qualsiasi simbolo, il passaggio dalla preistoria alla storia diventerebbe ancora più incerto.
La soglia non rappresenta comunque una trasformazione istantanea della società. Segnala piuttosto un cambiamento nelle fonti disponibili: accanto alle testimonianze materiali compaiono documenti capaci di conservare contenuti linguistici.
Non esiste una data valida per tutto il mondo
La formula scolastica che colloca l’inizio della storia intorno al 3000 a.C. è un riferimento semplificato, legato soprattutto alla Mesopotamia. Anche per quest’area le cronologie non coincidono perfettamente: si incontrano datazioni intorno al 3500 a.C., reperti di Uruk tradizionalmente collocati verso il 3200 a.C. e la soglia arrotondata del 3000 a.C. La divergenza dipende anche da quali reperti e da quale grado di sviluppo della scrittura si assumono come riferimento.
Il limite varia ancora di più passando da una regione all’altra. Le cronologie riportate per la storia della scrittura collocano convenzionalmente questo passaggio in Egitto intorno al 3100 a.C., nella valle dell’Indo intorno al 2600 a.C., nella valle del Fiume Giallo tra il 1500 e il 1000 a.C. e in Mesoamerica intorno al 650 a.C. Questi esempi, ricostruiti nella storia dei diversi sistemi di scrittura, mostrano perché una data mesopotamica non possa essere estesa a tutta l’umanità.
La conseguenza è decisiva: nello stesso momento cronologico una società può essere classificata come storica perché ha lasciato documenti scritti, mentre un’altra viene studiata con gli strumenti della preistoria. La periodizzazione va quindi applicata a una determinata area e alla sua documentazione, non al pianeta intero come se il passaggio fosse avvenuto simultaneamente.
Un confine convenzionale, non una misura della civiltà
Storia e preistoria non indicano due diversi gradi di umanità. Il confine serve a distinguere le condizioni nelle quali gli studiosi ricostruiscono il passato ed è inevitabilmente influenzato dalla conservazione delle fonti, dall’area geografica e dalla definizione adottata per la scrittura.
Chiamare un periodo “preistorico” non significa dunque immaginare un tempo senza avvenimenti, cultura o organizzazione sociale. Significa riconoscere che quelle realtà devono essere comprese soprattutto attraverso le tracce materiali che hanno lasciato, anziché attraverso le parole conservate nei documenti.